Er ciclista urbano
l’ho vvisto ‘n par de vorte giu’ ar gazometro,
dar vivo.
Penzavo fosse mitologico,
‘n Ercole moderno.
a gardallo mejo,
m’e’ parsa ‘natra cosa:
uno sanguigno, vero genuino,
uno che porta rispetto all’artri,
m’e’ uno che se po’ ‘ncazza’,
ma che prima de perde la giornata a fallo
pija e pedalando se ne va;
m’e’ sembrato che se ce lo tiri,
nun te la manna a di’ da ‘nantro:
Mastro, nun porge la guancia
da chiappa chiacchierata
che tanto er bacio nun te lo do.

M!!!
 (si ringrazia Michelangelo)

Un esile solco inciso nella roccia si dilunga ripido inoltrandosi in oscure gallerie che potrebbero esser senza uscita. Alla tua destra il precipizio, da cui sale il lamento del torrente e da cui finge di proteggerti  la malferma striscia di lamiera di un incerto guard rail. Costoni di roccia spigolosa, striati, scoscesi e instabili, da cui rotolano pietre, dominati da secchi scheletri di alberi. Ogni pedalata non è che il balbettio di una parola dell’incessante dialogo muto con le sassifraghe. Quanta strada percorsa e quanta ancora da fare? Quali pendenze superate e su quali ancora  faticare? Ma il paesaggio si fa meno aspro, i pendii più arrotondati e coperti dal verde dei boschi, in alto compare un  campanile. Attraversi Elva lasciandola sola a confrontarsi con l’imponenza del Pelvo. E tutto sfuma nelle nuvole, nel delirio della discesa: finisci tornando all’inizio, come con la pellicola riavvolta di un film che sai già sarai costretto a svolgere migliaia di volte ancora.

“Il surplace è una tecnica usata nelle gare di velocità del ciclismo su pista con cui si rimane in posizione di equilibrio, fermi, sulla bicicletta per attendere il momento migliore per attaccare e sorprendere l’avversario” (da “wikypedia”)

Fin da quando sei entrato nel viale il semaforo occhieggia verde. Decine di secondi? minuti? Comunque sia, da troppo tempo ormai. Due auto sfrecciano a tutta: altro che limite a 50. Ma già lo sai, lo senti: il tempo sta per scadere. Immancabile il semaforo apre l’occhio di mezzo: quello giallo. Mantieni una pedalata tranquilla. Al rosso le due auto inchiodano concludendo la loro gara per la pole position. Silenzioso arrivi, le gambe girano sempre più lente, sfili di fianco alle due formula uno da città e fermi la pedalata subito dopo averle passate, mettendoti traverso di fronte a loro. Culo in alto acuisci l’orecchio dell’equilibrio, fino a percepire l’impercettibile pendenza della strada per pedalare contro di essa. Spingi sempre di meno, finchè la bicicletta si sospende li, sulle due ruote, il manubrio puntato un verso sinistra. Senti nascere una nuova tensione, dapprima lieve, ma piano piano sale. I muscoli delle gambe spingono quel tanto che serve, non un po di meno non un po di più, contrastati da quelli delle braccia che le mani saldano al manubrio. Lo sguardo vaga tra gli occhi inebetiti dietro i parabrezza scuri e l’occhio imperativamente rosso del semaforo. Le braccia e le gambe comandano lievissimi aggiustamenti di questa staticità immobile; i piedi sui pedali mantengono l’equilibrio del sistema. La tensione dinamicamente statica del corpo cresce, quando il contatempo innescato dalla centralina semaforica scatta: verde. La molla che hai caricato nel tuo corpo di ciclista scarica l’energia accumulata nello slancio dell pedalata. Finalmente ripartono anche le due auto. Ormai sei già dall’altra parte dell’incrocio.

“Noi non chiediamo “piste ciclabili”, ma una città fruibile alla bici, in condizioni di sicurezza, sull’intero sviluppo della sua rete stradale. Milano da venticinque anni attende risposte.”

(Eugenio Galli-Ciclobby)

“…stavo percorrendo in bicicletta la provinciale ex statale 421…” il vigile mi rilesse la testimonianza che dovevo firmare… “per un istante abbassai lo sguardo verso la ruota posteriore per controllare se la catena fosse andata sul pignone giusto” … SBAM!! rialzai la testa e qualche decina di metri davanti a me vidi un trattore volare fuori strada e dietro di lui un’auto con il frontale fracassato a metà arrestarsi di traverso nel mezzo della carreggiata poco larga. Mi avvicinai. Pezzi di plastica e vetro giacevano sparsi sull’asfalto.  Le altre auto in arrivo nei due sensi di marcia si fermarono accodandosi diversi metri prima. L’auto dei vigili passò la fila e si fermò in mezzo alla strada. Altre auto vennero fermate e lasciate ai bordi della careggiata. L’ambulanza arrivò lacerando l’aria con la sirena, poi lentamente si districò nello tretto corridoio lasciato libero dalle auto ferme, andando ad arrestarsi nello spazio libero rimasto a fianco all’auto dell’incidente. Più tranquillamente arrivò anche una pantera dei carabinieri, che si fermò a fianco all’auto dei vigili. Sopraggiunse infine un pullmann della linea Voghera-Varzi. per qualche minuto rimase fermo in coda, poi l’autista tentò di passare, ma -troppo grande per quella carreggiata- finì incastrato di traverso alla strada tra la coda di auto e i cespugli della banchina dove il trattore aveva finito la sua corsa. Gli spazi erano finiti.

Una volta scollinato, lasciai scorrere la bici lungo la striscia grigia d’asfaltoche con un ampio giro scendeva  tra due piccoli rilievi, fino a raggiungere l’ampia sella prativa della Scaparina. Ai bordi della strada tra l’erba verde, spiccavano i colori di diversi fiori settembrini, soprattutto genziane ciliate ed euforbie: blu intenso e giallo-verde.  Da qui si alzavano i versanti meridionale e occidentale del monte Penice. Ma un nuvolone scuro li nascondeva alla vista, fino alla vetta. Più in alto il cielo era azzurro. Incrociando le vallette che ne discendevano ogni tanto incontravo l’aria fredda che ci si incanalava. Indietro, verso sud, da dove ero arrivato, la montagna saliva per poi digradare  a formare il passo del Brallo per poi ingobbirsi nuovamente sempre più alta e ripida, in una serie di cime verdi e tondeggianti, culminanti  nell’ultima, quella che dominava tutte le altre: il monte Lesima. Sulla sua vetta, la bianca gigantesca pallina da golf del radar rifletteva la luce del sole. Questa linea di cime che dal Penice a nord puntava fino al Lesima a  sud degradava a est tra i verdi pendii che si chiudevano a V giù in basso, in un intaglio che apriva alla Val Trebbia. A ovest invece scendendo fino a una nuova serie di cime con la stessa direzione, che andavano perdendosi in una pesante foschia  sotto cui giaceva la Valcurone. Altre nuvole, molto più lontane, coprivano il cielo che -ad occidente- andava a perdersi all’infinito.

Mattino presto. E’ buio. La strada nera luccica delle luci gialle e arancioni riflesse dall’asfalto bagnato dalla pioggia. Arrivo in stazione per tempo: in tempo per fare i biglietti e trovare il treno per Genova. Binario 19. Ne percorro tutta la lunghezza fino al locomotore: qui, dietro la porta della cabina c’è lo scompartimento biciclette. Dalla porta chiusa arriva una voce forte, con accento siciliano: solo uno dei due macchinisti parla. Partiamo. Fuori dal finestrino scorre la città ancora immersa nel buio. Non riesco a capire se piove ancora. “Il treno è la normalità per me!” esclama il siciliano. Procediamo lentamente. Gocce sottili frustano il vetro e i lampioni non bastano a illuminare le strade della città che giace la di fuori. “Ho l’invalidità al cinquanta percento” dichiara il macchinista chiuso nella cabina. Il treno fischia una, due, tre volte. Attraversa veloce la campagna pavese i cui contorni sono accennati da una flebile luce bluastra. Le strade tra i campi sembrano asciutte. “Io gli mandai il medico fiscale!”. Categorica sicilianità.  Uno sferragliamento improvviso e fuori dai finestrini passano le strutture metalliche del ponte sul Po. Scendo a Voghera sotto un cielo limpido e azzurro che a oriente arrossa, sfumando  il profilo scuro delle prime colline. Poco dopo tra leggere e sfilacciate nuvole si alza rosso il disco del sole.

Cinque e venti del mattino. Farà freschino, meglio tenere su la giacchetta antivento. Per le gambe sicuramente basteranno i normali pantaloncini da ciclista. Scendo rapidamente i tre piani di scale e le ultime due rampette che portano in garage. Apro la porta e …PIOVE! No, come piove? ma se tutte le previsioni parlavano di bel tempo…  e invece piove! E non sembra una cosa passeggera, di pochi minuti. Non posso aspettare e vedere se smette: il treno parte tra un’ora,  devo attraversare la città, fare i biglietti… Cambio la giacchetta col KWay e la rimetto nello zainetto. Parto. Sotto la pioggia. Come ormai regolarmente mi capita da due anni. Cioè da quando ho preso questa bicicletta. Anche quel giorno pioveva. Anzi, diluviava.

Voi che state chiusi nelle vostre auto; voi che camminate sul marciapiede; voi che affacciate il volto al finestrino dell’autobus. Voi che ne siete parte, voi che ve ne state fuori, voi che passivi lo guardate. Voi, proprio voi non lo sentite quindi non lo capite. Vi sembra un intasamento caotico, senza ritmo, senza ordine… ma non è così. E’ un flusso di vuoti e pieni in successione che ha le sue regole. No, non pensate al codice della strada. Non centra niente. Dovreste pensare a voi stessi, a come vi state muovendo, ma non ci riuscite. Non potete riuscirci. Perchè per voi conta solo come si muovono gli altri. E per questo non fate altro che “vedere”. E invece dovreste “sentire”. Sentire i vuoti che ti risucchiano e i pieni che ti respingono. Ma i pieni siete voi. E rinchiusi, immobilizzati nelle vostre auto non potete sentire nulla. Siete la trama e l’ordito sul telaio, ma come il filo colorato disteso dall’ago, solo in sella a una bicicletta un’esssere umano può riempire i vuoti ricamando il disegno di un vero movimento.

E’ un nastro grigio, di asfalto, disteso tra campi, zone industriali e villette a schiera. Dritto, inesorabilmente dritto, a perdersi su un orizzonte che ad ogni metro percorso fugge un più in la di un metro. Irraggiungibile. Solo qualche gruppo di case sembra interromperne la continuità, che invece prosegue sotto traccia per riemergere subito dopo. Le gambe mulinano a un ritmo sempre uguale, per minuti che si contano a decine e diventano ore. E prosegui in compagnia di un vento che soffia sempre e solo in un’unica direzione fra le tre possibili: a favore, contro o laterale. E i muscoli litigano con lui e con la tua inerzia meccanica di massa fisica in movimento, finchè trovano un accordo tra loro.  E allora sogni di poter procedere all’infinito, in un impossibile moto perpetuo sulla crosta di un pianeta sferico e piatto allo stesso tempo. Finchè all’orizzonte, sul foglio biancastro della foschia, piccoli monti lontani disegnano il loro profilo azzurro, sempre meno sfumato, sempre più grande. E l’orizzonte smette di fuggire. Ci sarà una fine.

"Gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni produttive solo alla velocità della bicicletta" (I.Illich-Elogio della bicicletta)