E’ un nastro grigio, di asfalto, disteso tra campi, zone industriali e villette a schiera. Dritto, inesorabilmente dritto, a perdersi su un orizzonte che ad ogni metro percorso fugge un più in la di un metro. Irraggiungibile. Solo qualche gruppo di case sembra interromperne la continuità, che invece prosegue sotto traccia per riemergere subito dopo. Le gambe mulinano a un ritmo sempre uguale, per minuti che si contano a decine e diventano ore. E prosegui in compagnia di un vento che soffia sempre e solo in un’unica direzione fra le tre possibili: a favore, contro o laterale. E i muscoli litigano con lui e con la tua inerzia meccanica di massa fisica in movimento, finchè trovano un accordo tra loro.  E allora sogni di poter procedere all’infinito, in un impossibile moto perpetuo sulla crosta di un pianeta sferico e piatto allo stesso tempo. Finchè all’orizzonte, sul foglio biancastro della foschia, piccoli monti lontani disegnano il loro profilo azzurro, sempre meno sfumato, sempre più grande. E l’orizzonte smette di fuggire. Ci sarà una fine.

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