Mattino presto. E’ buio. La strada nera luccica delle luci gialle e arancioni riflesse dall’asfalto bagnato dalla pioggia. Arrivo in stazione per tempo: in tempo per fare i biglietti e trovare il treno per Genova. Binario 19. Ne percorro tutta la lunghezza fino al locomotore: qui, dietro la porta della cabina c’è lo scompartimento biciclette. Dalla porta chiusa arriva una voce forte, con accento siciliano: solo uno dei due macchinisti parla. Partiamo. Fuori dal finestrino scorre la città ancora immersa nel buio. Non riesco a capire se piove ancora. “Il treno è la normalità per me!” esclama il siciliano. Procediamo lentamente. Gocce sottili frustano il vetro e i lampioni non bastano a illuminare le strade della città che giace la di fuori. “Ho l’invalidità al cinquanta percento” dichiara il macchinista chiuso nella cabina. Il treno fischia una, due, tre volte. Attraversa veloce la campagna pavese i cui contorni sono accennati da una flebile luce bluastra. Le strade tra i campi sembrano asciutte. “Io gli mandai il medico fiscale!”. Categorica sicilianità.  Uno sferragliamento improvviso e fuori dai finestrini passano le strutture metalliche del ponte sul Po. Scendo a Voghera sotto un cielo limpido e azzurro che a oriente arrossa, sfumando  il profilo scuro delle prime colline. Poco dopo tra leggere e sfilacciate nuvole si alza rosso il disco del sole.

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