“…stavo percorrendo in bicicletta la provinciale ex statale 421…” il vigile mi rilesse la testimonianza che dovevo firmare… “per un istante abbassai lo sguardo verso la ruota posteriore per controllare se la catena fosse andata sul pignone giusto” … SBAM!! rialzai la testa e qualche decina di metri davanti a me vidi un trattore volare fuori strada e dietro di lui un’auto con il frontale fracassato a metà arrestarsi di traverso nel mezzo della carreggiata poco larga. Mi avvicinai. Pezzi di plastica e vetro giacevano sparsi sull’asfalto.  Le altre auto in arrivo nei due sensi di marcia si fermarono accodandosi diversi metri prima. L’auto dei vigili passò la fila e si fermò in mezzo alla strada. Altre auto vennero fermate e lasciate ai bordi della careggiata. L’ambulanza arrivò lacerando l’aria con la sirena, poi lentamente si districò nello tretto corridoio lasciato libero dalle auto ferme, andando ad arrestarsi nello spazio libero rimasto a fianco all’auto dell’incidente. Più tranquillamente arrivò anche una pantera dei carabinieri, che si fermò a fianco all’auto dei vigili. Sopraggiunse infine un pullmann della linea Voghera-Varzi. per qualche minuto rimase fermo in coda, poi l’autista tentò di passare, ma -troppo grande per quella carreggiata- finì incastrato di traverso alla strada tra la coda di auto e i cespugli della banchina dove il trattore aveva finito la sua corsa. Gli spazi erano finiti.

Una volta scollinato, lasciai scorrere la bici lungo la striscia grigia d’asfaltoche con un ampio giro scendeva  tra due piccoli rilievi, fino a raggiungere l’ampia sella prativa della Scaparina. Ai bordi della strada tra l’erba verde, spiccavano i colori di diversi fiori settembrini, soprattutto genziane ciliate ed euforbie: blu intenso e giallo-verde.  Da qui si alzavano i versanti meridionale e occidentale del monte Penice. Ma un nuvolone scuro li nascondeva alla vista, fino alla vetta. Più in alto il cielo era azzurro. Incrociando le vallette che ne discendevano ogni tanto incontravo l’aria fredda che ci si incanalava. Indietro, verso sud, da dove ero arrivato, la montagna saliva per poi digradare  a formare il passo del Brallo per poi ingobbirsi nuovamente sempre più alta e ripida, in una serie di cime verdi e tondeggianti, culminanti  nell’ultima, quella che dominava tutte le altre: il monte Lesima. Sulla sua vetta, la bianca gigantesca pallina da golf del radar rifletteva la luce del sole. Questa linea di cime che dal Penice a nord puntava fino al Lesima a  sud degradava a est tra i verdi pendii che si chiudevano a V giù in basso, in un intaglio che apriva alla Val Trebbia. A ovest invece scendendo fino a una nuova serie di cime con la stessa direzione, che andavano perdendosi in una pesante foschia  sotto cui giaceva la Valcurone. Altre nuvole, molto più lontane, coprivano il cielo che -ad occidente- andava a perdersi all’infinito.

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