Un esile solco inciso nella roccia si dilunga ripido inoltrandosi in oscure gallerie che potrebbero esser senza uscita. Alla tua sinistra il precipizio, da cui sale il lamento del torrente e da cui finge di proteggerti  la malferma striscia di lamiera di un incerto guard rail. Costoni di roccia spigolosa, striati, scoscesi e instabili, da cui rotolano pietre, dominati da secchi scheletri di alberi. Ogni pedalata non è che il balbettio di una parola dell’incessante dialogo muto con le sassifraghe. Quanta strada percorsa e quanta ancora da fare? Quali pendenze superate e su quali ancora  faticare? Ma il paesaggio si fa meno aspro, i pendii più arrotondati e coperti dal verde dei boschi, in alto compare un  campanile. Attraversi Elva lasciandola sola a confrontarsi con l’imponenza del Pelvo. E tutto sfuma nelle nuvole, nel delirio della discesa: finisci tornando all’inizio, come con la pellicola riavvolta di un film che sai già sarai costretto a svolgere migliaia di volte ancora.

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