Il primo sole del mattino d’inizio novembre irrompe nella valle, trapassa l’intrico dei rami spogli del bosco, illumina i tetti dell’ultima borgata sulla montagna, ma non riesce smuovere dal silenzio la campanella appesa su di loro: buon auspicio, dicono. Una sorgente consacra una rupe vicina che domina il vallone, tracciata da croci e altri segni incisi da mani perdute nei secoli; un santo pagano, velato dall’ombra dei rami veglia sul mio peregrinare; il portale di un tempio benedice l’assordante mutismo di una borgata abbandonata; una pietra innalza alla luna preghiere lievi come alberi autunnali. Rimango da solo al capo del filo che ho srotolato con le  ruote della bicicletta: di fronte una grangia diroccata, di fianco pietre franate. Nella conca del colle l”acqua trabocca tra l’erba, e corre ad allinearsi in un esile torrente che scende a scavare tutto il vallone: sospiro di una divinità  creatrice o respiro di un patrigno indifferente?

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