Il mattino presto, il buio, la nebbia. il nulla. non vedi nulla se non i pochi metri davanti a te: oltre c’è il nulla. eppure, senza timore ti lanci verso quella oscurità che nasconde l’orizzonte, sfuma i contorni e rende sconosciute quelle strade che hai già percorso migliaia di volte. l’umidità bagna il telaio della bici e lo inguaina di un sottile strato di ghiaccio;  penetra i vestiti, ma il calore della pedalata ti difende. i fari di qualche auto t’illuminano alle spalle ed ogni volta la tua ombra prende corpo, eretta. pedala pochi metri davanti a te, finchè non la superi e si perde dietro le tue spalle, nel buio, nella nebbia.  il parapetto del naviglio ti sfila a fianco, poi emerge il cono di luce di un lampione. poi un altro, un altro e molti altri ancora, in fila a distanza regolare. e ogni volta dalle tue spalle, spalmata sull’asfalto ricompare la tua ombra: stavolta è più veloce:  ti raggiunge, ti affianca e ti supera. poi svanisce. poi ancora, ti raggiunge, ti affianca, ti supera. e svanisce… la nebbia dirada leggermente e ai lati della strada emerge una fila di case basse: mura di colori caldi, terrei, che sfidano il fumo grigio e gelido. compare qualche ombra umana, incroci qualche sguardo. ma il paese finisce presto. la strada procede tra i campi infiniti della pianura, su cui si diffonde una nuova luce livida, dapprima flebile, poi sempre più decisa, mentre la nebbia lentamente sparisce.

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