Sei anni fa, una settimana dopo il suo novantaseiesimo compleanno, angelo se ne andò. il corpo rimasto li, ricaduto indietro sul letto mentre si alzava… chissa’, forse si era sognato di poter salire ancora una volta sulla sua bicicletta, quella con le ruote di legno. gliel’aveva messa insieme suo fratello. o meglio, uno dei suoi fratelli: in tutto erano otto figli. vivevano al vigentino, sulla via ripamonti… no, non milano: vigentino, come precisava sempre agli impiegati dell’anagrafe quando rifaceva la carta d’identità. e aveva ragione: nei primi del ‘900  faceva comune a se ed era fuori della cinta daziaria di milano. ma ecco che nella mia mente le immagini prendono una luce e una tonalita’ particolare: ogni volta che mi raccontava queste storie, vedevo tutto in una luce forte, solare, ma monocromatica, di tono seppia chiaro:  i campi, la cooperativa socialista, i fratelli e le sorelle, i piedi scalzi … a otto anni prese il tifo. guarì, ma per qualche tempo rimase piuttosto debilitato e intontito. per aiutarlo a riprendersi suo padre lo portò al macello per bere il sangue di toro: ancora caldo era nauseante e lo risputo’ quasi tutto. Non so se  la “cura” ebbe il suo effetto, ma ormai per recuperare la scuola era troppo tardi: con otto figli da mantenere, il padre  che faceva il muratore, non poteva permettersi di tenere a scuola un figlio che non andasse bene e lo porto’ con se a fare il “magutt”, il manovale. era un lavoro molto duro per lui: le cataste di mattoni da portare su per le impalcature per tutto il giorno, pesavano troppo. faticava a tirare sera e quando tornava a casa era sopraffatto dalla stanchezza. finì per andare a bottega da un “borsinatt”, come diceva lui,  a fare le borse: quello che sara’ il lavoro di tutta la sua vita. a quei tempi era inevitabile che una bicicletta portasse sulla strada di mille avventure, ma anche di qualche disavventura, come quella volta che teneva al guinzaglio full, il cane dalla cooperativa: questo tuffandosi nell’acqua del “bolagnus”, un grosso canale che raccoglieva le acque in uscita da porta romana, se lo trascinò dietro. sapeva a malapena stare a galla, ma fortunatamente qualcuno vide la scena e lo tirò subito fuori dal fosso. o ancora, come quella calda sera estiva all’osteria in compagnia degli amici: il vino rinfrescato nell’acqua del fontanile andava giù bene… troppo bene…  insomma, sbronzo com’era e al buio, non dovette esser facile pedalare fino a casa; ma allora di automobili ce ne erano ben poche. tutte le mattine si faceva una pedalata fino a pavia e poi tornava e andava al lavoro. o almeno cosi’ mi aveva sempre raccontato: confesso che qualche dubbio in proposito mi è sempre rimasto… mah… forse non arrivava proprio fino a pavia… insomma… tra andata e ritorno ci sarebbero volute almeno due ore e mezza se non di più… mah! comunque un certo allenamento ce l’aveva.  una volta parti’ in gruppo coi suoi amici, per andare a trovare un fratello in cura a taceno, in valsassina. per buona parte del viaggio fu accompagnato da una banana che proprio non voleva saperne di andare oltre lo stomaco. piu’ entusiasmante fu senz’altro il viaggio in riviera. stavolta andavano a trovare il fratello di un’altro del gruppo, che era militare in liguria. va tenuto conto che la strada era sterrata e la bicicletta pesante e con due soli rapporti: quello da pianura, da una parte della ruota e quello da salita sull’altro lato. per cambiare “bastava” scendere, smontare la ruota, girarla e rimontarla: proprio niente a che vedere con le bici attuali. prima di ovada sfruttarono la scia di un camion. poi pero’, in queste condizioni risalire il turchino fu un’impresa non da poco. ma guarda il mondo quant’è piccolo: una volta in discesa, non ti va ad incontrare proprio il suo “padrone”? “cosa fa qui, non dovrebbe essere a lavorare?” gli domanda quello. ma lui subito “mi? lu s’el fàa chi!” il fatto è che il signorotto, dopo aver lasciato la moglie a milano a mandare avanti la bottega se ne stava andando in riviera con altra dolce quanto clandestina compagnia. così, vistosi scoperto, il marito infedele dovette far buon viso a cattivo gioco e lasciar perdere. passarono gli anni venti e gli anni trenta e angelo mise su famiglia. poi arrivò la guerra. l’8 settembre del ’43 era ancora in liguria, a genova a far la guardia all’ansaldo. guardia? aveva il moschetto 98, quello della prima guerra, ma senza munizioni: se anche fosse arrivato qualche nemico cosa avrebbe potuto fare? veramente quel giorno non arrivò neppure il cambio. dopo un po capì che doveva esser successo qualcosa e andò a cercare l’altro che montava con lui. che facciamo? decisero di tornare al corpo di guardia. qui ebbero una sorpresa: tutti gli altri, toltesi le divise si erano messi la tuta degli operai dell’ansaldo. gli spiegarono come stavano le cose e che bisognava filarsela per non farsi beccare dai tedeschi. ma per loro due non erano rimaste tute. andarono verso la città e si separarono. poco dopo angelo si sentì chiamare da una donna: militare, militare, venga qui! -per cortesia signora, non mi faccia scherzi, che ci ho famiglia! -no,no, faccio così perche’ anch’io ho un figlio militare e spero che qualcuno faccia lo stesso con lui. in effetti la buona donna gli diede degli abiti civili. una volta rivestitosi, andò alla stazione, dove vide i suoi commilitoni in tuta da operai, tutti catturati dai tedeschi e incolonnati per esser portati via. sali’ sul treno per milano. poco dopo un soldato tedesco gli punto’ una pistola enorme sotto il naso dicendo “komm!”. “no, mi vo no a com, vo a milan!”. si alzò come per scendere, ma vedendo fuori la colonna dei prigionieri e che quel soldato non lo stava controllando, scantonò nell’altro vagone. finalmente dopo altri controlli il treno partì. nell’italia del dopoguerra e del “boom economico”, per lui ci non ci fu altro che lavorare. il padrone per cui faceva borsette lo obbligo’ a mettersi in proprio. cosi’, al posto della vecchia bicicletta a pedali ne prese una a motore, per esser piu’ rapido nel giro delle consegne. d’altronde avere una famiglia da mantenere voleva dire aver tempo solo per lavorare. fino alla pensione,  agli anni settanta. la luce seppia chiaro che ha intonato finora il ricordo dei suoi racconti trascolora verso il bianconero di una fotografia. angelo e’ al parco, seduto su una panchina tra i suoi due nipotini. con lo sguardo sorridente e fiero, tiene la mano di mio fratello, che era seduto alla sua destra, mentre a sinistra ci sono io, sulla biciclettina che ci aveva regalato e che usavamo a turno: quasi un passaggio di testimone da nonno a nipoti.  quando succedeva qualcosa di incomprensibile la bicicletta smetteva di funzionare e i pedali giravano a vuoto, aspettavamo con ansia il suo arrivo: quasi come un rito capovolgeva la bicicletta sul tavolo, toglieva una ad una le viti del carter fino ad aprirlo, rimetteva al suo posto la catena caduta, richiudeva il tutto e ci riconsegnava la due ruote di nuovo funzionante. qualche anno dopo provo’ a risalire in bicicletta, ma quel flusso colorato e fumante di auto che gli sembrava dilagare tutt’intorno lo spavento’ e si arrese definitivamente. si puo’ capire: nacque nel 1908, quando c’erano ancora l’imperatore d’austria e lo zar di russia ed è arrivato fino al 2004, l’epoca in cui, in pochi secondi, si puo’ comunicare con l’altra parte del mondo. le possibilita’ di adeguarsi a cambiamenti tanto profondi e rapidi vanno sicuramente al di la della portata della semplice vita di un essere umano.

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