Uscì dall’unica strada del paesino sgambettando, percorse velocemente lo sterrato che scendeva dolce. Era un mattino di fine febbraio, dall’aria limpida ma nuvolosa, fredda ma non gelida.  Giunto ad una curva  s’arrestò improvvisamente: i suoi occhi di bambino spaziando nella pianura che si apriva li sotto, si arrestarono di fronte alla catena dei monti bianchi che partiva da quell’angolo dove a sera scende il sole arrossando il cielo e dove finiscono quelle montagne più basse, ma ancora innevate che partono proprio da casa sua. Il giro  bianco e azzurro delle Alpi doveva apparirgli come le mura impenetrabili di un castello, dominate da quella torre piramidale che proprio nel mezzo si ergeva altissima, più alta di tutte. Più in la il muro girava di nuovo e diventava più alto. Il suo sguardo oltrepassò la serie di colline -“langhe” le chiamava suo padre- e immaginò laggiù una grande città: una folla di uomini in vestiti colorati, ognuno sulla bicicletta. Erano tutti come il Girardengo, quello di Novi, il Campionissimo. Poi li vide partire tutti insieme e infilarsi tra le montagne, proprio li dove la sera tramonta il sole, facendo arrossire il cielo; li dove  finiscono quelle montagne che partono proprio da casa sua. E li vide correre oltre quella mura impenetrabili di castello con la torre piramidale altissima al centro. E poi dove le montagne diventavano più alte e giravano indietro anche loro tornavano di qua … UHE’! A quell’urlo trasalì e vide due contadini lavorare nella vigna sul pendio subito sotto la strada: ridevano di lui. Uno gli gridò “Sveglia Fausto dormi in piedi come al solito?”, poi rivolto all’altro disse “Massì,è il figlio del Coppi: fossi in lui lo manderei a lavorare la terra”. Il piccolo Fausto mortificato  per il sogno interrotto e arrossendo come il cielo al tramonto corse via pensando: “Quando sarò grande sarò anch’io come il Girardengo, quello di Novi, il Campionissimo. Vedrete”.

Annunci