Il cartello “Domodossola” indica la rampa che sale brevemente in trincea per immettersi  subito dopo nel tunnel: tre chilometri di discesa a pendenza costante intorno al 7% (o almeno così quantificano i cartelli).  Qui dentro cessa ogni vento, ti senti come risucchiato verso il basso: ti allunghi all’indietro, sollevandoti sul sellino, culo in alto e rimanendo con le gambe ferme, ben impiantate sui pedali. Al termine delle braccia distese  le mani tengono saldamente il manubrio,  e tra di loro abbassi la testa, a formare un cuneo con la schiena inclinata in avanti. Rimani fisso in questa posizione per minuti, mentre alcuni cartelli scandisono lo scorrere rapido della strada: 2980 metri   alla fine, 2500 , 2350, 2010 e così via. Il contakilometri parte da un numero tanto più alto, quanto più sei riuscito a lanciarti sulla rampa e poi sale: 45, 50, 54, 56, 57, 57.5, 58.2, 59, 59.5 finchè non raggiungi uno stato di equilibrio dinamico tra il tuo peso, la pendenza della strada, la resistenza dell’aria e quella dei copertoni da 2.1 pollici tassellati calzati sui cerchi della MTB. Ho percorso circa un kilometro della galleria, quando la velocità si assesta a 60.5.  Attorno a me tutto scorre: le pareti di cemento del tunnel, l’asfalto sotto le ruote, la tubatura lungo il marciapiede di servizio, le nicchie degli estintori, le luci aranciate che illuminano abbondantemente la galleria lasciando velleitariamente accesi i fanalini della mia bicicletta. E’ come il salto nel vuoto che inebria il paracadutista: esistiamo solo io e la gravità. Poi l’irrompere della forte luce esterna sembra l’apertura del paracadute, basta rialzare il busto per vedere i numeri del contakilometri scendere di valore, 58, 56, 53.5, 50… . Alle pareti di cemento del tutnnel si sotituiscono quelle boscose della montagna e sopra la testa il cielo azzurro. Torno ad essere un ciclista lungo la strada tra le Cascate del Toce e Domodossola.

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