Lo seguivo da diversi minuti, li, lungo il naviglio pavese. Lui, tutto bianco dietro al lungo becco, collo ripiegato ad S,  ali aperte in un battito lento e maestoso, volava sull’acqua. Io una cinquantina di metri indietro, pedalavo sull’alzaia tentando inutilmente di avvicinarlo. Ogni tanto alzava il collo, piegando la testa all’indietro, quasi volesse controllare che non mi fossi perso. Misuravo il ritmo delle mie gambe sul battito delle sue ali. E lui invece proseguiva senza sforzo. Sembrava divertirsi a sdoppiarsi in un se stesso capovolto riflesso nell’acqua verdastra. Si girò a controllarmi un’ultima volta, diede ancora tre battiti d’ali , s’impennò, allungò le zampe verso il basso, planò sulla sponda del naviglio dalla mia stessa parte e li si fermò. Mentre lo passai ci scambiammo uno  sguardo: ebbi la sensazione che avesse riconosciuto qualcosa. Pedalai via, verso Pavia, verso la Valle Versa, Romagnese, il Penice, la Scaparina, il Brallo, la Colletta, il Giovà, le Capanne di Cosola, le Strette, fino ad Arquata. Alla stazione, lo sguardo degli altri passeggeri mostrava indifferenza.

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