Quando mi fermo al semaforo mi piace girarmi indietro e vedere la stretta striscia scura che le ruote della bici hanno disegnato sul bianco della galaverna che in questi giorni l’inverno ha pennellato su molte strade, parchi e alberi di milano. Ma, come quasi ogni mattina, a quest’incrocio c’è la zingarella. Oddio, è vestita anche benino, però la chiamo ugualmente zingarella, nome che per me non ha alcuna sfumatura negativa, nemmeno di fastidio. Girandosi lei lascia il finestrino di un SUV dopo il vano tentativo di ottenere qualche moneta al guidatore e col solito luminoso sorriso mi saluta col suo accento slavo e abbozza un “non hai una mo…” s’interrompe, mi guarda meglio e con un velo di preoccupazione negli occhi corregge subito la domanda in “… un po di freddo?”. Come sempre ricambio sorriso e saluto e assicuro “no, no, sto bene”. Ma la coda di auto si allunga e lei è già ripartita verso quella dietro.

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