Ci vorrebbe una livella grossa. Molto grossa. Lunga almeno … un chilometro? per sicurezza facciamo dieci chilometri. Da disporre lungo l’asse nord-sud del versante padano a sinistra del Po: apparirebbe evidente che la pianura è in realtà un piano inclinato, che scende fino al Po partendo dai colli morenici che chiudono i grandi laghi prealpini. Ma a ben guardare  questa livella esiste ed è molto più lunga: sono tutti i fiumi, grandi o piccoli che siano, le cui acque scorrono proprio da nord a sud, dalle Alpi al Po. E mai viceversa. Tutto questo discorso per giustificare i circa cinquanta metri di dislivello che si ripartiscono in circa trentacinque chilometri tra Milano e Pavia. O i circa cento metri da risalire in venti-venticinque chilometri andando da Milano a Seregno (qualche chilometro più in la aumenta la pendenza, ma quello è il famooooso conoide di Erba, generato dal generoso Lambro e quindi è un’altra storia). E sticazzi direte voi. Eh mica tanto: quando pedali da Milano a Pavia la bici fila. Eccome se fila. Però tu intorno vedi solo pianura e ti dici: sono diventato proprio figo. E ci dai dentro. E probabilmente a tornare a Milano non farai molta fatica. Dipende. Mica sempre. Se te ne sei andato su e giù per i colli d’Oltrepò, poi magari fino a Varzi, o su su fino al Penice… tanto c’è tutta la giornata di tempo… che fretta c’è di tornare a casa? Non c’è fretta. No. Però quando sei stanco, quegl’impercettibili cinquanta metri di dislivello da risalire nei monotoni trentacinque chilometri tra Pavia e Milano, sembrano sabbia che ti si è infilata nei mozzi delle ruote. Capito perchè preferisco andare verso Seregno, quindi a Erba e poi su al Ghisallo per poi tornarmene giù scorrendo insieme all’acqua del Lambro?

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