Infilai la serpentina rossa in cui si snoda la pista ciclabile che s’inoltra tra i lucidi palazzi a vetri e acciaio della zona dirigenziale: mi aveva sempre divertito pedalare su quell’alternanza di brevi rettilinei, curve secche e slalom tra paletti e tombini a raso. Arrivai così al primo angolo retto che punta verso il palazzo della società dei telefoni e, dopo pochi metri, rigirai sull’altro angolo retto che ti manda parallelo al suo ingresso. Arrivato li davanti, senza fermarmi rallentai e svoltai ancora di un angolo retto puntando sulla porta automatica a vetri che si aprì  lasciandomi entrare nella hall in sella al mio destriero d’acciaio. Pedalai dritto dritto verso il bancone della portineria con lo sguardo fisso sul suo volto che emergeva da dietro il bancone stesso : alzò la testa e scostando con una mano il brillante caschetto nero dei suoi sottili capelli neri, sgranò i grandi occhi scuri nello stupore di vedere un ciclista li dentro.  Arrivato di fronte a lei mi fermai col piede a terra e presi dallo zainetto una rosa rossa e gliela porsi depositandola sul tavolo. Il filo rosso delle sue labbra si aprì ai bianchi denti nello  stesso sorriso con cui la falce di luna crescente illumina il cielo quasi primaverile di queste serate di fine febbraio. La sua voce velata modulò un “oh grazie… per me?”. Mi limitai a ricambiare il sorriso e mi girai pedalando per usc… il fragore dell’urto contro i vetri della porta automatica che stavolta era rimasta chiusa sfumò nello sguardo spazientito della guardia che venne a prendermi mentre ero steso supino con  braccia e gambe aperte e la bicicletta nera caduta in mezzo ai frantumi diamantati della porta a vetri che non esisteva più.

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