Un telaio da corsa anni novanta: geometria slooping da alpino ormai pensionato. Tubi Columbus Thron in acciaio a doppio spessore, leggeri ed elastici, ricoperti da coprenti strati di fondo grigio chiaro e di nero finiti con infinite pazienti mani di vernice spennellata a mano: superfice RUVIDA. Che si graffi pure: cicatrici che racconteranno questa sua seconda vita.

Forcella nuova, cromata, splendente, con leggero rake ammortizzante e avancorsa ridotta: selvaggia e docile, come un lupo ammaestrato. Due mozzi Campagnolo talmente vecchi da esser fuori catalogo da anni, ma così efficienti da meritare di esser puliti, rifatti nei cuscinetti e rilubrificati, piazzati al centro delle ruote sottendono due nuovi cerchi, smaltati neri, con pista frenante smaltata nera e lucidata dal profondo abbraccio amoroso delle nuove pinze smaltate nere, morbide nella frenata, ma anche capaci di inchiodare all’occorrenza, fischiando minacciose come Stukas in picchiata. Coperture rinforzate da ventotto pronte a girare impazzite nella forcella che riempiono a raso come la acque vorticose del fiume in piena colmano minacciose gli argini della pianura. Eliminati sette degli otto pignoni, inutili ed inutilizzabili nei gelidi, nebbiosi inverni del piattume padano, c’è voluta la MEZZA maglia per tendere la catena attorno al 42×18: agile quanto basta a sorvolare gli sterrati, umile il giusto da saper rispettare ghiaie e fanghi, atletico il necessario da lanciarsi almeno ai trenta al ritorno sull’asfalto. Con la voce squillante di un piccolo, tondo, cromato campanello,  canta storie di percorsi che sempre ritornano nella quotidianità della città da cui sono partiti.

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