Toc, toc, toc, toc, le scarpette fanno risuonare il rumore dei passi. riemergo dalla semioscurità del garage tenendo la bici per la sella, come insegnano certi triatleti. apro il cancello e mi fermo in strada, di fianco ad un auto parcheggiata. sono passati più di tre mesi. non posso trattenemi e nemmeno trattenere un sorriso: salgo in sella, aggancio i pedali con le tacchette delle scarpe e parto subito a pedalare col 34×21. rapporto agilissimo, da montagna. qui a milano è una pedalata senza sforzo che non sia quello di mulinare le gambe velocemente, smuovere le ginocchia, disincrostare le caviglie. e va così per venti chilometri. passo il naviglio e  percorro gli stradoni di estrema periferia del quartiere barona-s.ambrogio, tra casermoni popolari e risaie, dove avrei voluto vedere almeno un arrivo del giro d’italia: l’ultima volata, la maglia rosa e lo champagne ad annaffiare spettatori, ciclisti e passanti, asfalto casermoni e risaie. il ponte che da via gonin salta in una volta sola naviglio e ferrovia e quello della 95 li passo col 34×25, senza forzare e senza perdere mai il ritmo: ottanta? cento? centoventi al minuto? non lo so, la bicicletta non si fa coi numeri. le mie gambe non danno retta al fiato  che non riesce a seguirle e spesso allungano e mi staccano andandosene in fuga: le richiamo, mi ascoltano, rallentano  lasciandosi raggiungere, poi ripartiamo insieme. ancora per strada. ce ne è ancora tanta da fare.

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