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14/07/2012. uscita numero 2. 55’17”. 20,74km a 22.3 km/h di media. rapporto 34×21 ritmo 110-120 pedalate/min.

che poi tutto questo non dice niente: quel che conta è la sensazione del sangue che torna a scorrere e il piacere dei muscoli delle gambe che ricominciano a lavorare. sensazione ben diversa dalla rilassante stanchezza di ore di nuoto o della pesantezza di due ore di camminata, magari zoppicando. la lotta col vento che non so se porterà un temporale o se spazzerà le nubi. intanto tenta di girarti il manubrio su cui la presa si fa man mano più forte, più decisa. i rettilinei e le ampie curve dove scorrere a incalzare il ritmo, senza mai cedere e senza mai farsi sopraffare. sudore e fiato, acqua e calore. vita che riprende.

Vale sempre la pena di andare a leggere http://autonomiapedali.wordpress.com/

Ingredienti:

N°1 bicicletta con trasmissione a ruota libera

N°1 incrocio semaforico cittadino

N°1 sede stradale a schiena d’asino

automobili ferme al semaforo rosso, q.b. 

spazio, q.b.

passanti vari (meglio se di sessualità complementare alla vostra) q.b.

gambe ferme q.b.

equilibrio, q.b., ma in generale molto.

Avvicinarsi al semaforo ancora verde rallentando decisamente, ma sempre pedalando; alzarsi sui pedali in modo da gestire meglio l’equilibrio; fare in modo da arrivare sulla striscia d’arresto  allo scattare del rosso: a questo punto gli automobilisti nella loro isteria saranno gà schizzati via per la paranoia di fermarsi al semaforo rosso, lasciandovi tutto lo spazio necessario; fermarsi disponendosi sulla lieve pendenza della schiena d’asino della sede stradale, normalmente sulla diagonale dell’incrocio, puntando il semaforo opposto sulla diagonale dell’incrocio; fermare la pedalata mantenendo però una lieve spinta delle gambe che deve essere dosata in modo da bilanciare la pendenza, regolando la posizione dei pedali: si ottiene così l’equilibrio nel senso di marcia; l’equilibrio laterale si controlla mantenendo la verticale passante dal baricentro lungo la linea delle ruote: aiutarsi con la posizione in fuorisella ed eventualmente girando leggermente la ruota anteriore verso il centro della strada. Attenzione a che gli automobilisti sopraggiunti ed eventuali motociclisti o ciclisti non si affianchino troppo togliendo lo spazio necessario per eventuali aggiustamenti. Gli eventuali passanti saranno spettatori meravigliati, per questo sono preferibili quelli di sessualità complementare alla vostra, ma non sono esclusi applausi provenienti da vecchietti che in gioventù passarono molti pomeriggi al Vigorelli. Ricordando che si punta sempre nella direzione in cui si guarda, tenere lo sguardo fisso sul semaforo dall’altra parte e iniziare una  profonda meditazione su Vanni Pettenella, di cui oggi ricorre il secondo anniversario della scomparsa:  http://nuovoindiscreto.blogspot.com/2010/02/una-vita-in-surplace.html

Ci vorrebbe una livella grossa. Molto grossa. Lunga almeno … un chilometro? per sicurezza facciamo dieci chilometri. Da disporre lungo l’asse nord-sud del versante padano a sinistra del Po: apparirebbe evidente che la pianura è in realtà un piano inclinato, che scende fino al Po partendo dai colli morenici che chiudono i grandi laghi prealpini. Ma a ben guardare  questa livella esiste ed è molto più lunga: sono tutti i fiumi, grandi o piccoli che siano, le cui acque scorrono proprio da nord a sud, dalle Alpi al Po. E mai viceversa. Tutto questo discorso per giustificare i circa cinquanta metri di dislivello che si ripartiscono in circa trentacinque chilometri tra Milano e Pavia. O i circa cento metri da risalire in venti-venticinque chilometri andando da Milano a Seregno (qualche chilometro più in la aumenta la pendenza, ma quello è il famooooso conoide di Erba, generato dal generoso Lambro e quindi è un’altra storia). E sticazzi direte voi. Eh mica tanto: quando pedali da Milano a Pavia la bici fila. Eccome se fila. Però tu intorno vedi solo pianura e ti dici: sono diventato proprio figo. E ci dai dentro. E probabilmente a tornare a Milano non farai molta fatica. Dipende. Mica sempre. Se te ne sei andato su e giù per i colli d’Oltrepò, poi magari fino a Varzi, o su su fino al Penice… tanto c’è tutta la giornata di tempo… che fretta c’è di tornare a casa? Non c’è fretta. No. Però quando sei stanco, quegl’impercettibili cinquanta metri di dislivello da risalire nei monotoni trentacinque chilometri tra Pavia e Milano, sembrano sabbia che ti si è infilata nei mozzi delle ruote. Capito perchè preferisco andare verso Seregno, quindi a Erba e poi su al Ghisallo per poi tornarmene giù scorrendo insieme all’acqua del Lambro?

Paesi,  frazioni e baite infilati lungo la strada che da Chiavenna risale al passo, come grani di un rosario che le gambe snocciolano pedalando. Le gallerie strette, contorte e oscure sono i misteri che scandiscono la successione delle avemarie dei muscoli, dei polmoni, del cuore.  Il sudore risponde alle antifone proposte dalle  pendenze che si alternano a tratti regolari.  A Montespluga il gloria increspa le acque del lago annunciando la conclusione: tra nuvole d’incenso la madonnina del pilone votivo alza gli occhi al cielo dietro un vetro appannato dal freddo.

(vedi anche,  cosmocentrismo di Vaniglia, ma pure rulli&pupe di Pericoloso).

Mani strette sul manubrio,  inizio a pedalare. Subito le ruote prendono a girare: quella sottile striscia di gomma a contatto con l’asfalto trasmette energia cinetica al telaio, alla sella e a me stesso. Davanti ai miei occhi tutto sfuma, prende movimento mescolandosi sempre più veloce: case, finestre, marciapiedi, auto, moto , ruote, la capigliatura di un ragazzo, la gonna di una signora, il verde di un semaforo, le locandine di un’edicola, i riflessi delle vetrine, le foglie che volano nel vento, la pozzanghera che schizza, la ruota di un’altra bicicletta. E ancora, voci, colori, fino al grigio dell’asfalto che scorre sotto le ruote.  Ormai è il mondo che si muove, intorno a me… a noi:  dal turbinio un’altra figura emerge e corre insieme a me. I suoi lunghi capelli sventolano nell’aria alla velocità della nostra pedalata mentre la sua voce diventa la musica al cui ritmo  facciamo girare il mondo sotto le nostre ruote.

Era l’agosto del mileottocentoottantacinque quando aprì bottega a Milano, in via Nirone, al numero sette e, fra strumenti medici e ruote di carrozze, campanelli e attrezzi da cucina, gli capitò di dover riparare una bicicletta: fu allora che il giovane artigiano ebbe una premonizione.

E la strada svolta arida a sinistra/e la ruota davanti che la segue/un odore di more e di ciliegie/e di monti che si stagliano alla vista.

Perso immerso nei tornanti della mente/sudore fiato, cambio leva, braccia tese/ e salgo, salgo con le mie pretese/che si tanto implorano clemenze.

Ed il cuore che ora sento palpitare/stantuffo fra il ritmato e lo scompenso/motore della forza che ho di dentro/finirà forse avanti per scoppiare.

E intanto sale il serpente di catrame/orgia di sensi, salita maledetta/ma fa l’amore con la bicicletta/per poi portarla in cima su all’altare.

Mezzo antico e proletario che mi segui/Drais quel giorno, sai, ti fece proprio buffo,/ma il principio era sempre lo stantuffo/fiato corto, cuore sangue, muscoli tesi.

Mio scudiero di ventura sei al mio fianco/io pisciante in battaglie controvento/in mulini fatti a polvere e cemento/prode amico, dai, non creder che sia stanco.

Campanile, direzione dove andare/questa terra sai non è sfera perfetta/me ne accorgo quando vado in bicicletta/mio compagno, dai, c’è un mondo da scalare.

L’ulteriore imbastardirsi della strada/mi separa da quell’intimo piacere/e salgo, salgo con le mie chimere/un sussulto poi perisce, eccola spiana.

La via piatta. Mi fermo. Sotto, la Valle Imagna è un movimento agitato e confuso. In miniatura.

http://www.leradeau.it/mp3-wav/Tango%20del%20ciclista.mp3

(testo di Sauro Giussani-Le radeau de la musique)

Non sono passati che cinque giorni: avevo appena iniziato a raccogliere i frutti di alcuni mesi di preparazione. Centoottanta chilometri, con il colle d’esischie e il colle di sampeyre, rossana, cuneo e poi di nuovo a vinadio. poi… poi… un lieve dolore ad un dente. lieve, sarà un’infiammazione, basterà un’aspirina… ma tutto si è gonfiato, il “lieve” dolore è diventato un martello. e non ho più dormito. e di aspirine non ne sono bastate sei in due giorni. e allora via con gli antibiotici. e tutto si fa più pesante. il fiato si accorcia, anche un’ora di cammino leggero diventa una prova di resistenza. il cuore si affanna al minimo sforzo. avevo appena iniziato a raccogliere i frutti di alcuni mesi di preparazione e invece devo ricominciare da zero. la bicicletta è una pedalata a ciclo continuo: terminato un giro di pedale ne devi iniziare sempre uno nuovo.

Il cartello “Domodossola” indica la rampa che sale brevemente in trincea per immettersi  subito dopo nel tunnel: tre chilometri di discesa a pendenza costante intorno al 7% (o almeno così quantificano i cartelli).  Qui dentro cessa ogni vento, ti senti come risucchiato verso il basso: ti allunghi all’indietro, sollevandoti sul sellino, culo in alto e rimanendo con le gambe ferme, ben impiantate sui pedali. Al termine delle braccia distese  le mani tengono saldamente il manubrio,  e tra di loro abbassi la testa, a formare un cuneo con la schiena inclinata in avanti. Rimani fisso in questa posizione per minuti, mentre alcuni cartelli scandisono lo scorrere rapido della strada: 2980 metri   alla fine, 2500 , 2350, 2010 e così via. Il contakilometri parte da un numero tanto più alto, quanto più sei riuscito a lanciarti sulla rampa e poi sale: 45, 50, 54, 56, 57, 57.5, 58.2, 59, 59.5 finchè non raggiungi uno stato di equilibrio dinamico tra il tuo peso, la pendenza della strada, la resistenza dell’aria e quella dei copertoni da 2.1 pollici tassellati calzati sui cerchi della MTB. Ho percorso circa un kilometro della galleria, quando la velocità si assesta a 60.5.  Attorno a me tutto scorre: le pareti di cemento del tunnel, l’asfalto sotto le ruote, la tubatura lungo il marciapiede di servizio, le nicchie degli estintori, le luci aranciate che illuminano abbondantemente la galleria lasciando velleitariamente accesi i fanalini della mia bicicletta. E’ come il salto nel vuoto che inebria il paracadutista: esistiamo solo io e la gravità. Poi l’irrompere della forte luce esterna sembra l’apertura del paracadute, basta rialzare il busto per vedere i numeri del contakilometri scendere di valore, 58, 56, 53.5, 50… . Alle pareti di cemento del tutnnel si sotituiscono quelle boscose della montagna e sopra la testa il cielo azzurro. Torno ad essere un ciclista lungo la strada tra le Cascate del Toce e Domodossola.

Da Santhià a Novara: sole nuvole e  acquazzoni, altri ciclisti e nuove idee di percorsi in quella zona. Poco traffico. Ma soprattutto: come si pronuncerebbe Santhià se non avesse l’acca?

dALL’INIZIO DI QUEST’ANNO, PER IL TRAFFICO A MOTORE SI CONTANO GIA’

http://www.achitocca.it/

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"Gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni produttive solo alla velocità della bicicletta" (I.Illich-Elogio della bicicletta)