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Che il cielo me la mandi buona. Anzi, che non mi mandi proprio niente.

C’è da cagarsi sotto che si caghino sotto.

14/07/2012. uscita numero 2. 55’17”. 20,74km a 22.3 km/h di media. rapporto 34×21 ritmo 110-120 pedalate/min.

che poi tutto questo non dice niente: quel che conta è la sensazione del sangue che torna a scorrere e il piacere dei muscoli delle gambe che ricominciano a lavorare. sensazione ben diversa dalla rilassante stanchezza di ore di nuoto o della pesantezza di due ore di camminata, magari zoppicando. la lotta col vento che non so se porterà un temporale o se spazzerà le nubi. intanto tenta di girarti il manubrio su cui la presa si fa man mano più forte, più decisa. i rettilinei e le ampie curve dove scorrere a incalzare il ritmo, senza mai cedere e senza mai farsi sopraffare. sudore e fiato, acqua e calore. vita che riprende.

Toc, toc, toc, toc, le scarpette fanno risuonare il rumore dei passi. riemergo dalla semioscurità del garage tenendo la bici per la sella, come insegnano certi triatleti. apro il cancello e mi fermo in strada, di fianco ad un auto parcheggiata. sono passati più di tre mesi. non posso trattenemi e nemmeno trattenere un sorriso: salgo in sella, aggancio i pedali con le tacchette delle scarpe e parto subito a pedalare col 34×21. rapporto agilissimo, da montagna. qui a milano è una pedalata senza sforzo che non sia quello di mulinare le gambe velocemente, smuovere le ginocchia, disincrostare le caviglie. e va così per venti chilometri. passo il naviglio e  percorro gli stradoni di estrema periferia del quartiere barona-s.ambrogio, tra casermoni popolari e risaie, dove avrei voluto vedere almeno un arrivo del giro d’italia: l’ultima volata, la maglia rosa e lo champagne ad annaffiare spettatori, ciclisti e passanti, asfalto casermoni e risaie. il ponte che da via gonin salta in una volta sola naviglio e ferrovia e quello della 95 li passo col 34×25, senza forzare e senza perdere mai il ritmo: ottanta? cento? centoventi al minuto? non lo so, la bicicletta non si fa coi numeri. le mie gambe non danno retta al fiato  che non riesce a seguirle e spesso allungano e mi staccano andandosene in fuga: le richiamo, mi ascoltano, rallentano  lasciandosi raggiungere, poi ripartiamo insieme. ancora per strada. ce ne è ancora tanta da fare.

 

Un telaio da corsa anni novanta: geometria slooping da alpino ormai pensionato. Tubi Columbus Thron in acciaio a doppio spessore, leggeri ed elastici, ricoperti da coprenti strati di fondo grigio chiaro e di nero finiti con infinite pazienti mani di vernice spennellata a mano: superfice RUVIDA. Che si graffi pure: cicatrici che racconteranno questa sua seconda vita.

Forcella nuova, cromata, splendente, con leggero rake ammortizzante e avancorsa ridotta: selvaggia e docile, come un lupo ammaestrato. Due mozzi Campagnolo talmente vecchi da esser fuori catalogo da anni, ma così efficienti da meritare di esser puliti, rifatti nei cuscinetti e rilubrificati, piazzati al centro delle ruote sottendono due nuovi cerchi, smaltati neri, con pista frenante smaltata nera e lucidata dal profondo abbraccio amoroso delle nuove pinze smaltate nere, morbide nella frenata, ma anche capaci di inchiodare all’occorrenza, fischiando minacciose come Stukas in picchiata. Coperture rinforzate da ventotto pronte a girare impazzite nella forcella che riempiono a raso come la acque vorticose del fiume in piena colmano minacciose gli argini della pianura. Eliminati sette degli otto pignoni, inutili ed inutilizzabili nei gelidi, nebbiosi inverni del piattume padano, c’è voluta la MEZZA maglia per tendere la catena attorno al 42×18: agile quanto basta a sorvolare gli sterrati, umile il giusto da saper rispettare ghiaie e fanghi, atletico il necessario da lanciarsi almeno ai trenta al ritorno sull’asfalto. Con la voce squillante di un piccolo, tondo, cromato campanello,  canta storie di percorsi che sempre ritornano nella quotidianità della città da cui sono partiti.

Ieri sera ho recuperato il contachilometri della caduta di cui al post precedente. Ovviamente indicava il chilometro della caduta: 13.13.

La presolana, costa del vento, il muro di sormano, il ghisallo e poi la milano-arquata scrivia per rocca susella e pian dell’armà forse si o forse no e magari ancora una domodossola-sempione-domodossola-novara e chissà che altro… tanti progetti, che ora sto andando in forma ed è primavera… e poi basta una catena che salta, mi sbilancio, ma resto su per poco con l’orribile sensazione di pedalare a vuoto e nel vuoto, finchè la bici non s’inclina su un lato: il ginocchio striscia sull’asfalto, la tempia destra batte per terra e un dolore forte, acuto mi prende la caviglia sinistra. Una mattina al pronto soccorso di niguarda anzichè in ufficio ed ora eccomi qua: il piede sinistro steccato per almeno venti giorni, il ginocchio destro gonfio e incerottato che non si piega e due stampelle per muovermi per casa.  Pazienza, poteva andare peggio e comunque capita anche ai migliori : http://it.eurosport.yahoo.com/02042012/45/ciclismo-clavicola-rotta-cancellara-operato.html

In Piazza Castello, le transenne vengono montate da vigili in divisa d’ordinanza: su un palo un cartello rosa, con una freccia nera, un ciclista stilizzato e un nome oscuro.

Il suo padrone quel giorno non c’era e lasciò la moglie a mandare avanti la bottega: Angelo chiese a lei il permesso per assentarsi dal lavoro.

In centrale siamo già in tre, altri salgono a Lambrate, a Rogoredo e ancora a Pavia: ormai lo scompartimento bici è pieno. Inusuale al sabato sul treno per Genova, tanto più al 17 marzo. Pochi parlano, sottovoce. Io sonnecchio (stanotte non ho dormito che quattro ore) e ogni tanto intravvedo fuori dal finestrino del vagone la campagna scorrere veloce ed esalare un sottile strato fumoso di nebbia, da cui emergono campanili, tralicci e tetti di cascine. 

Andarono in bicicletta a trovare il fratello di uno del gruppo che era a militare in liguria.

Parto dal muro giallo della stazione di Tortona: l’aria è fresca, anche troppo. Il sole combatte col grigio di una mattinata umida e nuvolosa. Sotto i portici del centro un cartellone mostra la foto di un Fausto Coppi ancora giovane ciclista.

A Novi la strada piega a destra, proseguendo dritta e in lieve discesa verso la Val d’Orba. Sul marciapiede un cartello giallo scritto a mano annuncia un menù speciale nel giorno della mitica Sanremo. Sull’altro lato della strada il museo dei campionissimi è ancora chiuso. Girardengo, Pollastra, Fraschetta: eco di nomi che ancora risuonano da altri tempi e raccontano leggende di ciclisti, banditi e carabinieri.

Solo dopo Capriata mi raggiungono i primi sparuti ciclisti. A Ovada fa tappa un gruppo di motociclisti in lambretta. Mi ritrovamo a un passaggio a livello chiuso prima di Rossiglione: lamentano il forte vento contrario che, soffiando dal mare, copre la valle Stura di nuvole.

prima di ovada sfruttarono la scia di un camion. poi pero’ quando la strada iniziò a salire lo persero. Ma era una bici pesante e con due soli rapporti: uno per la pianura e l’altro per la salita. Erano montati ognuno su un lato della ruota che andava girata al momento di cambiare. In più la la strada era sterrata e risalire il turchino non fu un’impresa da poco.

Tra ciclisti quasi: non parliamo pedaliamo in gruppo o isolati, ma guai a rompere il silenzio. A Campo Ligure ci ricompattiamo accodandoci alla processione di un funerale che, passato il ponte prosegue per altra strada.

Un furgone parcheggiato a lato della strada è circondato di persone: di fianco un tavolo con lo striscione rosa della Gazzetta. In mezzo al capannello due parlano: uno porge un microfono all’altro. Sui marciapiedi di Masone i primi passanti iniziano a fermarsi: qualche bambino ci saluta con ampi gesti e sorridendo, ma non rompe il silenzio. Aumenta la pendenza, non di molto, ma i gruppi di ciclisti si sciolgono e si ricompongono continuamente: ognuno si adegua al proprio passo.

All’esterno di una curva, prima dello strapiombo di fianco alla strada asfaltata si allarga un pezzo di prato contornato da un muretto diroccato: rimanenza  della vecchia strada sterrata, penso. Un’altra curva e un cartello annuncia: Passo del Turchino. Poco più avanti la striscia d’asfalto punta verso una murata di cemento e la penetra in una stretta galleria di qualche decina di metri: è buia, ma dritta e verso il fondo la luce illumina un aldilà.

Iniziata la discesa, Angelo fu raggiunto da un’auto “Cosa fa qui! non dovrebbe essere a Milano a lavorare?” : era il suo padrone che se ne andava in riviera insieme ad una bella signorina mentre aveva lasciato la moglie a mandare avanti la bottega. Prontamente Angelo gli rispose “mi? lu s’el fàa chi!” incastrandolo sul fatto.

Ridiscendo per dove son venuto e mi trovo uno spazio a lato dove la strada inizia a salire fuori di Ovada, per aspettare il passaggio dello sciame di colorati ciclisti e ruote ronzanti.

Il vento soffia alle mie spalle spingendomi sulla pendenza favorevole quando inizia un lieve e strano ondeggiamento che purtroppo conosco benissimo. Mi fermo, tasto la gomma posteriore: va bene. Passo a quella anteriore: la pressione del pollice affossa il copertoncino. “Serve una mano?” Ormai ho finito, spingo a forza il copertoncino nel cerchio, rigonfio la gomma e riparto.

Le nuvole di moscerini occupano sempre lo spazio aereo di pertinenza del lato più sconnesso e sassoso della strada (vedi Legge di Murphy).

Questo postulato ha tuttavia un aspetto positivo: procedendo con la bocca aperta, a pranzo sarà possibile risparmiare sul ragù della pastasciutta.

Frammenti e schegge di vetro e ceramica, chiodi, puntine e viti vengono scaricate nel lato più sconnesso e sassoso della strada (vedi Legge di Murphy)

dALL’INIZIO DI QUEST’ANNO, PER IL TRAFFICO A MOTORE SI CONTANO GIA’

http://www.achitocca.it/

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"Gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni produttive solo alla velocità della bicicletta" (I.Illich-Elogio della bicicletta)