In Piazza Castello, le transenne vengono montate da vigili in divisa d’ordinanza: su un palo un cartello rosa, con una freccia nera, un ciclista stilizzato e un nome oscuro.

Il suo padrone quel giorno non c’era e lasciò la moglie a mandare avanti la bottega: Angelo chiese a lei il permesso per assentarsi dal lavoro.

In centrale siamo già in tre, altri salgono a Lambrate, a Rogoredo e ancora a Pavia: ormai lo scompartimento bici è pieno. Inusuale al sabato sul treno per Genova, tanto più al 17 marzo. Pochi parlano, sottovoce. Io sonnecchio (stanotte non ho dormito che quattro ore) e ogni tanto intravvedo fuori dal finestrino del vagone la campagna scorrere veloce ed esalare un sottile strato fumoso di nebbia, da cui emergono campanili, tralicci e tetti di cascine. 

Andarono in bicicletta a trovare il fratello di uno del gruppo che era a militare in liguria.

Parto dal muro giallo della stazione di Tortona: l’aria è fresca, anche troppo. Il sole combatte col grigio di una mattinata umida e nuvolosa. Sotto i portici del centro un cartellone mostra la foto di un Fausto Coppi ancora giovane ciclista.

A Novi la strada piega a destra, proseguendo dritta e in lieve discesa verso la Val d’Orba. Sul marciapiede un cartello giallo scritto a mano annuncia un menù speciale nel giorno della mitica Sanremo. Sull’altro lato della strada il museo dei campionissimi è ancora chiuso. Girardengo, Pollastra, Fraschetta: eco di nomi che ancora risuonano da altri tempi e raccontano leggende di ciclisti, banditi e carabinieri.

Solo dopo Capriata mi raggiungono i primi sparuti ciclisti. A Ovada fa tappa un gruppo di motociclisti in lambretta. Mi ritrovamo a un passaggio a livello chiuso prima di Rossiglione: lamentano il forte vento contrario che, soffiando dal mare, copre la valle Stura di nuvole.

prima di ovada sfruttarono la scia di un camion. poi pero’ quando la strada iniziò a salire lo persero. Ma era una bici pesante e con due soli rapporti: uno per la pianura e l’altro per la salita. Erano montati ognuno su un lato della ruota che andava girata al momento di cambiare. In più la la strada era sterrata e risalire il turchino non fu un’impresa da poco.

Tra ciclisti quasi: non parliamo pedaliamo in gruppo o isolati, ma guai a rompere il silenzio. A Campo Ligure ci ricompattiamo accodandoci alla processione di un funerale che, passato il ponte prosegue per altra strada.

Un furgone parcheggiato a lato della strada è circondato di persone: di fianco un tavolo con lo striscione rosa della Gazzetta. In mezzo al capannello due parlano: uno porge un microfono all’altro. Sui marciapiedi di Masone i primi passanti iniziano a fermarsi: qualche bambino ci saluta con ampi gesti e sorridendo, ma non rompe il silenzio. Aumenta la pendenza, non di molto, ma i gruppi di ciclisti si sciolgono e si ricompongono continuamente: ognuno si adegua al proprio passo.

All’esterno di una curva, prima dello strapiombo di fianco alla strada asfaltata si allarga un pezzo di prato contornato da un muretto diroccato: rimanenza  della vecchia strada sterrata, penso. Un’altra curva e un cartello annuncia: Passo del Turchino. Poco più avanti la striscia d’asfalto punta verso una murata di cemento e la penetra in una stretta galleria di qualche decina di metri: è buia, ma dritta e verso il fondo la luce illumina un aldilà.

Iniziata la discesa, Angelo fu raggiunto da un’auto “Cosa fa qui! non dovrebbe essere a Milano a lavorare?” : era il suo padrone che se ne andava in riviera insieme ad una bella signorina mentre aveva lasciato la moglie a mandare avanti la bottega. Prontamente Angelo gli rispose “mi? lu s’el fàa chi!” incastrandolo sul fatto.

Ridiscendo per dove son venuto e mi trovo uno spazio a lato dove la strada inizia a salire fuori di Ovada, per aspettare il passaggio dello sciame di colorati ciclisti e ruote ronzanti.

Il vento soffia alle mie spalle spingendomi sulla pendenza favorevole quando inizia un lieve e strano ondeggiamento che purtroppo conosco benissimo. Mi fermo, tasto la gomma posteriore: va bene. Passo a quella anteriore: la pressione del pollice affossa il copertoncino. “Serve una mano?” Ormai ho finito, spingo a forza il copertoncino nel cerchio, rigonfio la gomma e riparto.

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