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Era ora! tutta l’umanità lo aspettava, i tempi erano maturi, non c’era che farlo, non si poteva più aspettare. Un’isituzione millenaria e apparentemente immobile come la chiesa se ne è accorta. Sicuramente nelle prossime ore i giornali di tutto il mondo pubblicherano interviste a Moser, Gimondi e Merckx e il pensiero non potrà non tornare ad Adriano Dezan che da anni non è più tra noi: chissà quanto ne sarebbe stato contento. Finalmente oggi, mercoledì 13 marzo 2013, i cardinali riuniti in conclave hanno eletto papa uno dei nostri: Bertoglio!

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In Piazza Castello, le transenne vengono montate da vigili in divisa d’ordinanza: su un palo un cartello rosa, con una freccia nera, un ciclista stilizzato e un nome oscuro.

Il suo padrone quel giorno non c’era e lasciò la moglie a mandare avanti la bottega: Angelo chiese a lei il permesso per assentarsi dal lavoro.

In centrale siamo già in tre, altri salgono a Lambrate, a Rogoredo e ancora a Pavia: ormai lo scompartimento bici è pieno. Inusuale al sabato sul treno per Genova, tanto più al 17 marzo. Pochi parlano, sottovoce. Io sonnecchio (stanotte non ho dormito che quattro ore) e ogni tanto intravvedo fuori dal finestrino del vagone la campagna scorrere veloce ed esalare un sottile strato fumoso di nebbia, da cui emergono campanili, tralicci e tetti di cascine. 

Andarono in bicicletta a trovare il fratello di uno del gruppo che era a militare in liguria.

Parto dal muro giallo della stazione di Tortona: l’aria è fresca, anche troppo. Il sole combatte col grigio di una mattinata umida e nuvolosa. Sotto i portici del centro un cartellone mostra la foto di un Fausto Coppi ancora giovane ciclista.

A Novi la strada piega a destra, proseguendo dritta e in lieve discesa verso la Val d’Orba. Sul marciapiede un cartello giallo scritto a mano annuncia un menù speciale nel giorno della mitica Sanremo. Sull’altro lato della strada il museo dei campionissimi è ancora chiuso. Girardengo, Pollastra, Fraschetta: eco di nomi che ancora risuonano da altri tempi e raccontano leggende di ciclisti, banditi e carabinieri.

Solo dopo Capriata mi raggiungono i primi sparuti ciclisti. A Ovada fa tappa un gruppo di motociclisti in lambretta. Mi ritrovamo a un passaggio a livello chiuso prima di Rossiglione: lamentano il forte vento contrario che, soffiando dal mare, copre la valle Stura di nuvole.

prima di ovada sfruttarono la scia di un camion. poi pero’ quando la strada iniziò a salire lo persero. Ma era una bici pesante e con due soli rapporti: uno per la pianura e l’altro per la salita. Erano montati ognuno su un lato della ruota che andava girata al momento di cambiare. In più la la strada era sterrata e risalire il turchino non fu un’impresa da poco.

Tra ciclisti quasi: non parliamo pedaliamo in gruppo o isolati, ma guai a rompere il silenzio. A Campo Ligure ci ricompattiamo accodandoci alla processione di un funerale che, passato il ponte prosegue per altra strada.

Un furgone parcheggiato a lato della strada è circondato di persone: di fianco un tavolo con lo striscione rosa della Gazzetta. In mezzo al capannello due parlano: uno porge un microfono all’altro. Sui marciapiedi di Masone i primi passanti iniziano a fermarsi: qualche bambino ci saluta con ampi gesti e sorridendo, ma non rompe il silenzio. Aumenta la pendenza, non di molto, ma i gruppi di ciclisti si sciolgono e si ricompongono continuamente: ognuno si adegua al proprio passo.

All’esterno di una curva, prima dello strapiombo di fianco alla strada asfaltata si allarga un pezzo di prato contornato da un muretto diroccato: rimanenza  della vecchia strada sterrata, penso. Un’altra curva e un cartello annuncia: Passo del Turchino. Poco più avanti la striscia d’asfalto punta verso una murata di cemento e la penetra in una stretta galleria di qualche decina di metri: è buia, ma dritta e verso il fondo la luce illumina un aldilà.

Iniziata la discesa, Angelo fu raggiunto da un’auto “Cosa fa qui! non dovrebbe essere a Milano a lavorare?” : era il suo padrone che se ne andava in riviera insieme ad una bella signorina mentre aveva lasciato la moglie a mandare avanti la bottega. Prontamente Angelo gli rispose “mi? lu s’el fàa chi!” incastrandolo sul fatto.

Ridiscendo per dove son venuto e mi trovo uno spazio a lato dove la strada inizia a salire fuori di Ovada, per aspettare il passaggio dello sciame di colorati ciclisti e ruote ronzanti.

Il vento soffia alle mie spalle spingendomi sulla pendenza favorevole quando inizia un lieve e strano ondeggiamento che purtroppo conosco benissimo. Mi fermo, tasto la gomma posteriore: va bene. Passo a quella anteriore: la pressione del pollice affossa il copertoncino. “Serve una mano?” Ormai ho finito, spingo a forza il copertoncino nel cerchio, rigonfio la gomma e riparto.

Visto che oggi è il mio quarantacinquesimo compleanno rispolvero un vecchio post, tanto per tornare dove sono partito.

Era il 2004, giusto una settimana dopo il suo novantaseiesimo compleanno, quando angelo se ne andò. il corpo rimasto li, ricaduto indietro sul letto mentre si alzava… chissa’, forse si era sognato di poter salire ancora una volta sulla sua bicicletta, quella con le ruote di legno. gliel’aveva messa insieme suo fratello. o meglio, uno dei suoi fratelli: in tutto erano otto figli. vivevano al vigentino, sulla via ripamonti… no, non milano: vigentino, come precisava sempre agli impiegati dell’anagrafe quando rifaceva la carta d’identità. e aveva ragione: nei primi del ’900  faceva comune a se ed era fuori della cinta daziaria di milano. ma ecco che nella mia mente le immagini prendono una luce e una tonalita’ particolare: ogni volta che mi raccontava queste storie, vedevo tutto in una luce forte, solare, ma monocromatica, di tono seppia chiaro.  i campi, la cooperativa socialista, i fratelli e le sorelle, i piedi scalzi … a otto anni prese il tifo. guarì, ma per qualche tempo rimase piuttosto debilitato e intontito. per aiutarlo a riprendersi suo padre lo portò al macello per bere il sangue di toro: ancora caldo era nauseante e lo risputo’ quasi tutto. Non so se  la “cura” ebbe il suo effetto, ma ormai per recuperare la scuola era troppo tardi: con otto figli da mantenere, il padre  che faceva il muratore, non poteva permettersi di tenere a scuola un figlio che non andasse bene e lo porto’ con se a fare il “magutt”, il manovale. era un lavoro molto duro per lui: le cataste di mattoni da portare su per le impalcature per tutto il giorno, pesavano troppo. faticava a tirare sera e quando tornava a casa era sopraffatto dalla stanchezza. finì per andare a bottega da un “borsinatt”, come diceva lui,  a fare le borse: quello che sara’ il lavoro di tutta la sua vita. a quei tempi era inevitabile che una bicicletta portasse sulla strada di mille avventure, ma anche di qualche disavventura, come quella volta che teneva al guinzaglio full, il cane dalla cooperativa: questo tuffandosi nell’acqua del “bolagnus”, un grosso canale che raccoglieva le acque in uscita da porta romana, se lo trascinò dietro. sapeva a malapena stare a galla, ma fortunatamente qualcuno vide la scena e lo tirò subito fuori dal fosso. o ancora, come quella calda sera estiva all’osteria in compagnia degli amici: il vino rinfrescato nell’acqua del fontanile andava giù bene… troppo bene…  insomma, sbronzo com’era e al buio, non dovette esser facile pedalare fino a casa; ma allora di automobili ce ne erano ben poche. tutte le mattine si faceva una pedalata fino a pavia e poi tornava e andava al lavoro. o almeno cosi’ mi aveva sempre raccontato: confesso che qualche dubbio in proposito mi è sempre rimasto… mah… forse non arrivava proprio fino a pavia… insomma… tra andata e ritorno ci sarebbero volute almeno due ore e mezza se non di più… mah! comunque un certo allenamento ce l’aveva.  una volta parti’ in gruppo coi suoi amici, per andare a trovare un fratello in cura a taceno, in valsassina. per buona parte del viaggio fu accompagnato da una banana che proprio non voleva saperne di andare oltre lo stomaco. piu’ entusiasmante fu senz’altro il viaggio in riviera. stavolta andavano a trovare il fratello di un’altro del gruppo, che era militare in liguria. va tenuto conto che la strada era sterrata e la bicicletta pesante e con due soli rapporti: quello da pianura, da una parte della ruota e quello da salita sull’altro lato. per cambiare “bastava” scendere, smontare la ruota, girarla e rimontarla: proprio niente a che vedere con le bici attuali. prima di ovada sfruttarono la scia di un camion. poi pero’, in queste condizioni risalire il turchino fu un’impresa non da poco. ma guarda il mondo quant’è piccolo: una volta in discesa, non ti va ad incontrare proprio il suo “padrone”? “cosa fa qui, non dovrebbe essere a lavorare?” gli domanda quello. ma lui subito “mi? lu s’el fàa chi!” il fatto è che il signorotto, dopo aver lasciato la moglie a milano a mandare avanti la bottega se ne stava andando in riviera con altra dolce quanto clandestina compagnia. così, vistosi scoperto, il marito infedele dovette far buon viso a cattivo gioco e lasciar perdere. passarono gli anni venti e gli anni trenta e angelo mise su famiglia. poi arrivò la guerra. l’8 settembre del ’43 era ancora in liguria, a genova a far la guardia all’ansaldo. guardia? aveva il moschetto 98, quello della prima guerra, ma senza munizioni: se anche fosse arrivato qualche nemico cosa avrebbe potuto fare? veramente quel giorno non arrivò neppure il cambio. dopo un po capì che doveva esser successo qualcosa e andò a cercare l’altro che montava con lui. che facciamo? decisero di tornare al corpo di guardia. qui ebbero una sorpresa: tutti gli altri, toltesi le divise si erano messi la tuta degli operai dell’ansaldo. gli spiegarono come stavano le cose e che bisognava filarsela per non farsi beccare dai tedeschi. ma per loro due non erano rimaste tute. andarono verso la città e si separarono. poco dopo angelo si sentì chiamare da una donna: militare, militare, venga qui! -per cortesia signora, non mi faccia scherzi, che ci ho famiglia! -no,no, faccio così perche’ anch’io ho un figlio militare e spero che qualcuno faccia lo stesso con lui. in effetti la buona donna gli diede degli abiti civili. una volta rivestitosi, andò alla stazione, dove vide i suoi commilitoni in tuta da operai, tutti catturati dai tedeschi e incolonnati per esser portati via. sali’ sul treno per milano. poco dopo un soldato tedesco gli punto’ una pistola enorme sotto il naso dicendo “komm!”. “no, mi vo no a com, vo a milan!”. si alzò come per scendere, ma vedendo fuori la colonna dei prigionieri e che quel soldato non lo stava controllando, scantonò nell’altro vagone. finalmente dopo altri controlli il treno partì. nell’italia del dopoguerra e del “boom economico”, per lui ci non ci fu altro che lavorare. il padrone per cui faceva borsette lo obbligo’ a mettersi in proprio. cosi’, al posto della vecchia bicicletta a pedali ne prese una a motore, per esser piu’ rapido nel giro delle consegne. d’altronde avere una famiglia da mantenere voleva dire aver tempo solo per lavorare. fino alla pensione,  agli anni settanta. la luce seppia chiaro che ha intonato finora il ricordo dei suoi racconti trascolora verso il bianconero di una fotografia. angelo e’ al parco, seduto su una panchina tra i suoi due nipotini. con lo sguardo sorridente e fiero, tiene la mano di mio fratello, che era seduto alla sua destra, mentre a sinistra ci sono io, sulla biciclettina che ci aveva regalato e che usavamo a turno: quasi un passaggio di testimone da nonno a nipoti.  quando succedeva qualcosa di incomprensibile la bicicletta smetteva di funzionare e i pedali giravano a vuoto, aspettavamo con ansia il suo arrivo: quasi come un rito capovolgeva la bicicletta sul tavolo, toglieva una ad una le viti del carter fino ad aprirlo, rimetteva al suo posto la catena caduta, richiudeva il tutto e ci riconsegnava la due ruote di nuovo funzionante. qualche anno dopo provo’ a risalire in bicicletta, ma quel flusso colorato e fumante di auto che gli sembrava dilagare tutt’intorno lo spavento’ e si arrese definitivamente. si puo’ capire: nacque nel 1908, quando c’erano ancora l’imperatore d’austria e lo zar di russia ed è arrivato fino al 2004, l’epoca in cui, in pochi secondi, si puo’ comunicare con l’altra parte del mondo. le possibilita’ di adeguarsi a cambiamenti tanto profondi e rapidi vanno sicuramente al di la della portata della semplice vita di un essere umano.

Lo seguivo da diversi minuti, li, lungo il naviglio pavese. Lui, tutto bianco dietro al lungo becco, collo ripiegato ad S,  ali aperte in un battito lento e maestoso, volava sull’acqua. Io una cinquantina di metri indietro, pedalavo sull’alzaia tentando inutilmente di avvicinarlo. Ogni tanto alzava il collo, piegando la testa all’indietro, quasi volesse controllare che non mi fossi perso. Misuravo il ritmo delle mie gambe sul battito delle sue ali. E lui invece proseguiva senza sforzo. Sembrava divertirsi a sdoppiarsi in un se stesso capovolto riflesso nell’acqua verdastra. Si girò a controllarmi un’ultima volta, diede ancora tre battiti d’ali , s’impennò, allungò le zampe verso il basso, planò sulla sponda del naviglio dalla mia stessa parte e li si fermò. Mentre lo passai ci scambiammo uno  sguardo: ebbi la sensazione che avesse riconosciuto qualcosa. Pedalai via, verso Pavia, verso la Valle Versa, Romagnese, il Penice, la Scaparina, il Brallo, la Colletta, il Giovà, le Capanne di Cosola, le Strette, fino ad Arquata. Alla stazione, lo sguardo degli altri passeggeri mostrava indifferenza.

Si, lo so! Se l’avessi preso in internet l’avrei pagato un po di meno, anche considerando le spese postali e poi avrei dovuto passare qualche ora a smontare quello vecchio, pulire e rilubrificare il corpetto e rifare la regolazione del cambio.  Per qualche euro in più invece ha fatto tutto il ciclista. E siccome era di chiacchera che alle sei della sera se non c’è più nessuno nel negozio mi sa che si sente solo, ha attaccato a raccontarmi di tutto. Che in salita non andava, ma le volate le vinceva. Del terzo fratello Zanazzi che in volata era  fortissimo ma così cattivissimo da metter le mani sul freno degli altri e poi però smise subito e andò a fare il vigile li a Baggio. E poi Rosola contro Moser che credeva d’aver vinto la volata e invece la perse per aver alzato le braccia troppo presto. E  di quando nell’americana faceva coppia fissa con Saronni. Ma anche di quella volta che il direttore della squadra aveva dato a suo padre una fialetta da fargli in endovena che il giorno dopo aveva la finale del campionato lombardo di velocità. Che poi nella fiala c’era mica doping: era tutta soluzione fisiologica. E poi arrivò quasi tardi alla finale perchè a casa si erano addormentati tutti e due, lui e suo padre. Così usò un trucco per recuperare tempo e scaldarsi un po in pista. Iniziarono la finale, ma a quel punto della storia è arrivato in negozio un suo amico a portargli un po di frutta del suo orto fermandomeli li sulla pista, dopo esser partiti, come fossero in surplace e non so più come è finita e dovrò tornare per saperlo. Ma siccome il suo amico di prugne gliene aveva portate tantissime, di nascosto ne ha girato una sacchettata anche a me. E tutto ciò solo per qualche euro in più che se avessi preso il pacco pignoni in internet, anche considerando le spese postali e poi avrei dovuto passare qualche ora a smontare quello vecchio, pulire e rilubrificare il corpetto e rifare la regolazione del cambio

“Ragazzi, che partenza! Con gli occhi inzuppati nella tavolozza di Matisse, il verde olivo, tenero come il colore dell’erba tenera, della Legnano, si fonde con il celeste chiarino, della Bianchi e di Benotto,sfuma nel cielo bianco, striato d’azzurro, delle maglie di Olmo. Sylver Maes, dopo aver forato fuori Vercelli e alla rincorsa su di un dislivello, sembrava un cirro navigante all’orizzonte. Tutto intorno c’erano le risaie. E le ragazze con i cappelloni di paglia entravano dentro il quadro. Tra il viola della Welter e il rosso della Wilier-triestina, si tratta appena di una sfumatura. Se il resto è soltanto tono, il giallo della Cozzi-Silger splendeva negli occhi come un’opera di Van Gogh, pittore e pazzo.”.

Vasco Pratolini seguì il Giro del ’47 tappa per tappa, raccontandolo con una serie di articoli per “Il Nuovo Corriere” di Firenze. Un “Gran Barnum” col suo direttore, con Bartali Buffalo Bill, Coppi lanciatore di coltelli, equilibristi, lavoratori, numeri d’attrazione, bestie feroci e pavide gazzelle. Un circo che ogni giorno mette in scena una nuova rappresentazione: l’emozione per le prime tappe e la maglia rosa di Bartali (toscano come lui) all’Abetone. Le tappe pianeggianti tra il centro e il sud Italia, sotto il bollente sole del mezzogiorno organizzate dal diabolico Cougnet. Il retroscena della tappa vinta da Corrieri a Cesenatico e Bartali che cede il passo all’emergente Coppi sulle rampe del Falzarego. Tutt’intorno l’Italia del primo dopoguerra: quella delle grandi città, ma in gran parte ancora contadina che vedeva ancora nella bicicletta un mezzo di trasporto, con l’Azione Cattolica che tifava Bartali e i comunisti che guardavano a Coppi.   Vasco Pratolini-Cronache dal giro d’italia – edizioni Otto/Novecento

Uscì dall’unica strada del paesino sgambettando, percorse velocemente lo sterrato che scendeva dolce. Era un mattino di fine febbraio, dall’aria limpida ma nuvolosa, fredda ma non gelida.  Giunto ad una curva  s’arrestò improvvisamente: i suoi occhi di bambino spaziando nella pianura che si apriva li sotto, si arrestarono di fronte alla catena dei monti bianchi che partiva da quell’angolo dove a sera scende il sole arrossando il cielo e dove finiscono quelle montagne più basse, ma ancora innevate che partono proprio da casa sua. Il giro  bianco e azzurro delle Alpi doveva apparirgli come le mura impenetrabili di un castello, dominate da quella torre piramidale che proprio nel mezzo si ergeva altissima, più alta di tutte. Più in la il muro girava di nuovo e diventava più alto. Il suo sguardo oltrepassò la serie di colline -“langhe” le chiamava suo padre- e immaginò laggiù una grande città: una folla di uomini in vestiti colorati, ognuno sulla bicicletta. Erano tutti come il Girardengo, quello di Novi, il Campionissimo. Poi li vide partire tutti insieme e infilarsi tra le montagne, proprio li dove la sera tramonta il sole, facendo arrossire il cielo; li dove  finiscono quelle montagne che partono proprio da casa sua. E li vide correre oltre quella mura impenetrabili di castello con la torre piramidale altissima al centro. E poi dove le montagne diventavano più alte e giravano indietro anche loro tornavano di qua … UHE’! A quell’urlo trasalì e vide due contadini lavorare nella vigna sul pendio subito sotto la strada: ridevano di lui. Uno gli gridò “Sveglia Fausto dormi in piedi come al solito?”, poi rivolto all’altro disse “Massì,è il figlio del Coppi: fossi in lui lo manderei a lavorare la terra”. Il piccolo Fausto mortificato  per il sogno interrotto e arrossendo come il cielo al tramonto corse via pensando: “Quando sarò grande sarò anch’io come il Girardengo, quello di Novi, il Campionissimo. Vedrete”.

dALL’INIZIO DI QUEST’ANNO, PER IL TRAFFICO A MOTORE SI CONTANO GIA’

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